Shabbàt

Il giorno che dà senso a tutti gli altri

Rabbinato centrale Milano

Parashòt

Tazrìa-Metzorà 5772

“ Questa è la norma di colui che è affetto dalla tzaràat, nel giorno della sua purificazione … E il Cohen uscirà dall’accampamento ed esaminerà se il malato di tzaràat sia guarito” (Vayikrà 14, 2-3). Il grande kabbalista italiano Rabbì Moshè David Valle, conosciuto come Ramdù, spiega che qui viene espresso quanto siano cari i figli d’Israele al Santo Benedetto Egli Sia. Per mezzo del Cohen, il Signore fa uscire la Sua misericordia dalla parte più intima dell’accampamento d’Israele, cioè il Mishkan – Tabernacolo, per portarla al di fuori dell’accampamento nella parte più esterna. Uscire fuori dall’accampamento per visitare una scintilla d’Israele che si è resa impura e occuparsi della sua purificazione è considerato un atto di grande chèsed – misericordia.

Vayikrà-Hachòdesh-Rosh Chòdesh 5772

“L’Eterno chiamò Mosè…” (Vayikrà 1, 1). La parola “vayikrà” con cui comincia la parashà è scritta con una alef più piccola rispetto alle altre lettere. Secondo Rabbènu Yakov ben Ashèr, conosciuto come Bal Haturim, Mosè desiderava che la parola “vayikrà” fosse scritta nello stesso modo con cui il Signore si espresse nei riguardi di Bilàm, cioè senza la alef finale (“vayiker”) (Bemidbàr 23, 4): questa espressione indica una rivelazione casuale. Moshè pensa che anche questa rivelazione in questa parashà sia casuale, egli infatti non ritiene di essere degno di un’attenzione particolare da parte di Dio. Il Signore invece fa aggiungere la alef alla parola, per indicare che non si tratta affatto di una rivelazione casuale e che il rapporto con Moshè è ben diverso da quello con Bilàm. La alef è però scritta più piccola per ricordare l’umiltà di Mosè.

Tetzavvè-Zakhòr 5772

“… Inciderai su di essa come si incide un sigillo – cosa sacra a Dio…” (Shemòt 28, 36). I Maestri spiegano che sulla lamina d’oro che era posta sulla fronte del Kohèn Gadòl, erano scolpite le parole “cosa sacra a Dio”. Da ciò si trae un insegnamento morale valido per tutti i capi d’Israele di tutte le generazioni, che ognuno deve portare a compimento il proprio incarico avendo sempre presente Dio e facendo in modo che ogni sua azione sia “cosa sacra a Dio”.

Ki Tissà-Parà

” … Ciascuno di loro darà al Signore il riscatto della propria persona …” (Shemòt 30, 12). Rabbenu Yakòv ben Ashèr, conosciuto per la sua opera come Baal ha -Turim, ci fa notare che la parola venatnù – darà, può essere letta da entrambe i lati. La Torà ci sta dicendo che qualsiasi importo un’uomo dia in tzedakà – beneficenza, gli tornerà in dietro. Nessuno subisce una perdita permanente dall’aiutare il prossimo.

Terumà 5772

“Mi faranno un Santuario e risiederò in mezzo a loro … ” (Shemòt 25, 8). Guardando questo verso si nota subito che la Torà avrebbe dovuto dire: “Mi faranno un Santuario e risiederò in Esso, nel Santuario” e non “… risiederò in mezzo a loro, nei figli d’Israele”. Da ciò ci insegnano i Maestri che ogni ebreo ha la possibilità di far scendere Dio in mezzo agli uomini, e far sì che la Shekhinà risieda in mezzo al popolo d’Israele. E ciò in che modo? Divenendo egli stesso un Santuario. Guardando ancora questo verso, e in particolare i Sofè tevòt – le ultime lettere di ogni parola del verso, si può notare che queste formano due parole “Yudvav e Shmi”. I Maestri ci insegnano che Yudvav come Yudhey è uno dei nomi di Dio e che la parola Shmi vuole dire “il Mio nome”. Collegando questo a quanto detto sopra, si può quindi dire che nel momento in cui i figli d’Israele fanno spazio dentro loro a Dio, prendendo coscienza del Suo Santo nome, allora Egli discenderà e risiederà in mezzo a loro.