Shabbàt

Il giorno che dà senso a tutti gli altri

Rabbinato centrale Milano

Pensiero

Jacov e lo Shabbat (Vaishlach 5771)

Jonathan Pacifici – www.torah.it

faraone

“E giunse Jacov integro alla città di Shechem che è nella Terra di Kenaan nel suo venire da Padan Aram e si accampò dinanzi alla Città. Ed acquistò la parte del campo nella quale aveva piantato lì la sua tenda dalla mano dei figli di Chamor, padre di Shechem per cento monete. E piantò lì un altare e chiamo: ‘Iddio è D-o di Israele!’.” (Genesi XXXIV, 18)

Nella derashà su Vaishlach del 5761 abbiamo ricordato come secondo il Midrash, Jacov giunga a Shechem di venerdì, giusto in tempo per fissare il tchum, il limite invalicabile che definisce il luogo nel quale si è scelto di trascorrere lo Shabbat. Questo insegnamento parte dalla interpretazione della parola accamparsi, vajchan, che contiene le lettere della radice “nun” “chet” che indica il riposo dello Shabbat, ma anche la grazia del popolo ebraico.

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Uno shabbat alla corte d’Egitto (Miketz 5772)

Jonathan Pacifici – www.torah.it

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“E fu, al termine di due anni esatti, ed il Faraone sogna, ed ecco che stava presso il Nilo.” (Genesi XLI, 1)

Tra la Parashà di Vajeshev e la Parashà di Miketz c’è un buco di due anni esatti. Negli ultimi versi letti la scorsa settimana Josef interpreta i sogni dei Ministri del Faraone e chiede al Capo- Coppiere di ricordarlo, di aiutarlo ad uscire di prigione. Il Ministro invece lo dimentica, passano due anni, e Josef esce di prigione per interpretare questa volta i sogni del Faraone.

Il Midrash in Bereshit Rabbà (89,3) insegna che Josef resta altri due anni in prigione per aver usato due volte il termine ‘ricordami.’ Josef è in qualche modo punito per essersi affidato al Ministro mentre avrebbe dovuto fidare nel Signore. Leggi tutto ›

Il ‘fare’ dello Shabbat (Vajakel 5760)

Jonathan Pacifici – www.torah.it

fuoco acceso

[1] “Non accenderete fuoco in tutte le vostre residenze nel giorno dello Shabbat”. (Esodo XXXV, 3)

[2] “E queste saranno per voi come statuto decreto per le vostre generazioni in tutte le vostre residenze”. (Numeri XXXV, 29)

La nostra Parashà si apre in maniera molto strana: “E radunò Moshè tutta la congrega dei figli d’Israele e disse loro: ‘Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare:…’” (Esodo XXXV,1). Segue l’ordine di rispettare lo Shabbat. Tale comandamento era già stato definito dalla Torà fin da prima della rivelazione sinaitica per poi essere ripetuto nel Decalogo ed in altre occasioni.

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Il lume dello Shabbat (Vajakel-Pekudè 5764)

Jonathan Pacifici – www.torah.it

lume dello shabbat

“Non accenderete fuoco in tutte le vostre residenze nel giorno dello Shabbat”. (Esodo XXXV, 3)

“Per quanto il bruciare in se è rovinare per la maggior parte, in ogni modo per via del fatto che è strumento per tutti gli altri lavori o per la maggior parte di essi, è proibito di Shabbat” (Rabbì Ovadià Sforno in loco basandosi su TB Shabbat 106 a)

La nostra doppia Parashà, con la quale completiamo il libro della redenzione, si apre con una stranissima convocazione del popolo da parte di Moshè all’indomani del primo Kippur della storia. Il Kippur nel quale è stato perdonato il peccato del vitello d’oro e nel quale siamo stati comandati di fare un Santuario affinché Iddio risieda in noi. Stranissima perché apre con le parole: “E radunò Moshè tutta la congrega dei figli d’Israele e disse loro: ‘Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare:…’” (Esodo XXXV,1). Segue l’ordine di rispettare lo Shabbat. Tale comandamento era già stato definito dalla Torà fin da prima della rivelazione sinaitica per poi essere ripetuto nel Decalogo ed in altre occasioni. L’Halachà, in effetti, non impara da questo verso il comandamento dello Shabbat. Trattando qui la Torà della costruzione del Santuario, il testo ci ha voluto diffidare dall’effettuare i lavori di costruzione durante lo Shabbat. Il Malbim, lo abbiamo già visto in passato, commenta in loco “Ed è molto strano che dica che il Signore ha comandato di fare, non è forse quest’ordine di non fare un lavoro di Shabbat? Non è ‘fare’ ma solamente ‘non fare.’” Il Malbim si stupisce quindi di come l’astensione dal lavoro di Shabbat venga definita ‘fare’ da Moshè quando sarebbe stato più logico dire ‘non fare’.

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Lo Shabbat dell’anima (Vajakel-Pekudè Parà 5772)

Jonathan Pacifici – www.torah.it

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“E Moshè radunò tutta la congrega dei Figli d’Israele e disse a loro: ‘Queste sono le cose che il S. ha comandato di fare:…’”. (Esodo XXXV,1)

Nella doppia parashà di questa settimana, Moshè istruisce il popolo circa la costruzione del Santuario. Si tratta in buona parte di una ripetizione di concetti espressi nelle precedenti parashot ma con alcune significative differenze. Una di queste in particolare ha destato la curiosità dei nostri Maestri: l’ordine dello Shabbat. Nella Parashà di Ki Tissà l’ordine relativo allo Shabbat viene dato dopo quello della costruzione del Mishkan, qui invece lo precede. Come mai? Lo Shem MiShmuel propone un interessantissima soluzione partendo da un precetto che apparentemente non ha nessun nesso con la nostra questione: la parà adumà, la vacca rossa della quale proprio in questo sabato ci occupiamo.

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