Shabbàt

Il giorno che dà senso a tutti gli altri

Rabbinato centrale Milano
Letteratura

Il mio nome è Asher Lev

Tratto da “Il mio nome è Asher Lev – Chaim Potok”, Garzanti 1991

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Fissai il ricordo di mio padre e di me che ci dirigevamo insieme verso la sinagoga. Lui era così alto e io così basso e mentre camminavamo piegava la testa verso di me. Lo ritrassi mentre pregava, a casa, con il suo manto della preghiera e i tefillin, la mattina di quei giorni feriali in cui per qualche motivo non poteva recarsi alla sinagoga. Stava in piedi davanti alla finestra del soggiorno, con il capo coperto dal manto della preghiera, dondolandosi lievemente avanti e indietro, con soltanto la punta della barba rossa che sporgeva dal manto bianco a strisce nere.

Fissai il mio ricordo di lui mentre pregava nella nostra sinagoga durante il Sabato, coperto dal manto della preghiera, con la sola barba rossa visibile. Fissai il mio ricordo di lui mentre piangeva durante lo Yom Kippur e cantava la preghiera che descriveva l’uccisione dei dieci grandi saggi per mano dei romani. Io stavo in piedi accanto a lui, sotto la bianca santità del manto della preghiera,
e lo vedevo piangere, quasi che l’uccisione avvenisse sotto i suoi occhi. Fissai il mio ricordo di lui mentre, durante la festa di Succos, portava il ramo di palma e il cedro, quel frutto simile al limone, che appariva piccolo nella sua grande mano. Fissai il mio ricordo di lui mentre accendeva le candele di Chanukkah, sul davanzale della finestra del nostro soggiorno. Salmodiava le benedizioni e accendeva le candele, e mia madre e io ci univamo a lui. Poi restava a lungo in piedi davanti alla finestra a osservare le minuscole fiammelle che ardevano contro l’immenso fondale della notte.

Spesso, durante il Sabato e le feste, lo scorgevo nel soggiorno, mentre studiava il Talmud o un libro sul chassidismo. A volte lo scoprivo intento a contemplare questo passo del trattato Sanhedrin: «Chiunque abbia causato la morte anche di una sola anima ebraica, per la Torah è come se avesse causato la morte di un mondo intero; e chiunque abbia salvato un’anima ebraica è come se avesse salvato un mondo intero».

Una volta gli chiesi: «Ma solo se ha ucciso un ebreo?».

«No, Asher. Altrove, lo stesso passo compare senza la parola “ebreo”».

«Papà, come può una persona che ha ucciso un solo uomo essere come una che ha ucciso un mondo intero?».

«Perché uccide anche tutti i bambini e i bambini dei bambini che sarebbero potuti nascere da quella persona».

«Papà, perché questo lo studi così spesso?».

Ebbe un debole sorriso e i suoi occhi si fecero sognanti. «A mio padre piaceva studiarlo spesso, Asher».

E fissai il ricordo di mio padre mentre studiava quel testo del Talmud.

Una volta, guardando con stupore uno dei miei disegni, mi disse: «Asher, non hai niente di meglio da fare per impiegare il tuo tempo? Tuo nonno non sarebbe stato contento di vederti sprecare tanto tempo in sciocchezze».

«E un disegno, papà».

«Lo vedo».

«Un disegno non è una sciocchezza, papà».

Mi guardò sorpreso, ma non disse nulla. Avevo allora quasi cin

que anni.

Guardava il mio disegno con indifferenza; pensava fosse qual

cosa che i bambini fanno quando sono molto piccoli e dalla quale poi si liberano crescendo. Comunque io non smisi di ritrarlo, anche se dopo un po’ non gli mostrai più i miei disegni.

Fissai il mio ricordo di lui che cantava le zemiros durante i pasti del Sabato. Mia madre e io cantavamo con lui. Aveva una voce profonda, ma cantava a voce bassa, gli occhi chiusi, la testa leggermente reclinata all’indietro, così che riuscivo a vedergli la pelle bianca del collo sotto l’attaccatura della folta barba rossa.

Fissai il mio ricordo della prima volta che cantò la melodia di suo padre per Yoh Ribbon Olom durante il pasto del Sabato, quattro giorni dopo la morte di sua madre ‑ una melodia indimenticabile che trasmetteva dolore e pena, fede e speranza. «Yoh ribbon olom, ribbon olom veolmayoh», cantava, a occhi chiusi, la voce sommessa e tremula, il busto lievemente oscillante avanti e indietro, fra lo schienale della sedia e il bordo della tavola della sala da pranzo. «Tu sei il Re, il Re dei Re…». S’interruppe, continuando a oscillare. Lasciò che la pausa si attardasse tremula, poi continuò: «La tua forza…». Dai suoi occhi chiusi sgorgarono le lacrime. Mia madre abbassò lo sguardo sulla tavola. Io lo guardai fisso in volto. Sentii la mano di mia madre sulla mia.

Quella melodia mi risonò in testa per giorni e giorni, e io non mi stancai di fissare sulla carta il ricordo di mio padre che intonava la melodia di suo padre.

La intonò di nuovo la settimana in cui mia madre fu portata all’ospedale.

In collaborazione con Cdec – Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea

Cdec

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