Shabbàt

Il giorno che dà senso a tutti gli altri

Rabbinato centrale Milano
Pensiero

La Havdalà: il ritorno alla normalità

Tratto da “Alef-Dac 4” – 1980

Rav Riccardo Di Segni

Havdala 1

Soltanto in quest’epoca dominata dalla tecnologia il sabato impone un’alternativa che consente di non rimanere schiacciati dalle macchine e dalle produzioni dell’uomo, e di diventare padroni di sé recuperando la vera dimensione dell’essere. Ma lo Shabbàth dura 25 ore e, dopo, la vita normale ricomincia. Un rifiuto tanto radicale dell’uso della macchina, imposto dalla regola sabbatica, sembrerebbe contenere una condanna assoluta, un giudizio negativo tendente a condizionare tuta l’attività lavorativa. In realtà non è così, o almeno non in termini assoluti. Il problema però esiste e, quando il Sabato finisce e sta per iniziare un nuovo periodo di lavoro, si ripropone con maggiore insistenza. Con quale spirito ricominciare? Il rito dell’havdalàh e i suoi simboli rispondono con precisione a questi interrogativi.

Havdalàh significa, come è noto, separazione. È un breve rito che si compie all’uscita del Sabato e consiste nella recitazione di quattro benedizioni. La prima è sul vino e il suo scopo è di solennizzare l(uscita del Sabato allo stesso modo in cui se ne è solennizzata l’entrata con il Qiddùsh. La seconda benedizione è sul profumo e tende a sostenere lo spirito nel momento in cui il riposo finisce e bisogna riprendere il lavoro. La terza benedizione è sulla luce del fuoco, per ricordarne la creazione all’inizio della settimana. La quarta benedizione consta di una formula in cui si benedice «Chi divide tra sacro e profano, tra luce e buio, tra Israele e gli altri popoli, tra il settimo giorno e gli altri giorni della creazione».

In questa sintesi gran parte dei significati del rito sfugge ancora. Soffermiamoci sulla terza benedizione, forse la più ricca di simboli sottintesi. Di quale luce e di quale creazione si parla? Bisogna stare attenti a non equivocare. La Genesi dice che la luce fu creata il primo giorno, ma non è di questa luce che qui si tratta. Infatti nella formula della benedizione si parla dei «luminari del fuoco (meorè ha-esch)», e il suo contenuto si riferisce a una leggenda rabbinica che racconta come fu creato il fuoco. Stando alla leggenda rabbinica che racconta come fu creato il fuoco. Stando alla leggenda, il fuoco nei primi sei giorni della creazione fu solo progettato, «creato nel pensiero», ma non nella realtà.

La aggadàh racconta che quando il primo Sabato della creazione finì, Adamo rimase improvvisamente al buio (durante la notte del Sabato aveva continuato a brillare la luce della creazione, che da quel momento non si sarebbe più vista). Colto da terrore, Adamo pensò che il mondo fosse rimasto nelle tenebre a causa del suo peccato, e allora Dio gli concesse l’intelligenza. Adamo prese due pietre, le percosse una contro l’altra, e ne scaturì il fuoco. In segno di gratitudine per il dono ricevuto, Adamo fu il primo a benedire per «i luminari del fuoco» (Pesachìn 53b e altrove). Non è difficile interpretare questa storia. Su Adamo viene trasferita la problematica dell’uomo che si sente inerte e solo davanti ai rischi e alle minacce del mondo che lo circonda. La prima minaccia, elementare e terribile, è quella del buio. Ma l’uomo ha imparato a difendersi e lotta continuamente per superare la paura di restare inerme. i sono molti modi per difendersi: il più razionale è il ricorso all’intelligenza,che costruisce un sistema di sopravvivenza.

Nella leggenda rabbinica è questo il significato della reazione del fuoco, ma vi possono essere altre interpretazioni di natura non razionale situabili su due livelli opposti: quello religioso, di ottimistica fiducia in una realtà superiore che assiste l’uomo nelle sue difficoltà, e quello magico, che crede nella possibilità di potenza e controllo della realtà in potenza e controllo della realtà in base ad arti e procedure particolari. La tradizione rabbinica indirizza senza equivoci, e in coerenza con la precisa scelta biblica, su queste tre possibilità di scelta. La fiducia nella bontà divina è il punto di partenza irrinunciabile che rappresenta la garanzia e la speranza di poter proseguire serenamente la propria esistenza. Nella storia di Adamo è infatti Dio che dà all’uomo l’intelligenza, e Adamo ringrazia per questo dopo con una benedizione. Ma la fiducia nell’intervento divino è solo il presupposto per l’intervento dell’uomo, che non deve abbandonarsi al fatalismo, ma deve sapere usare del dono che gli è stato dato. In questa concezione non c’è più spazio per l’irrazionale magico.

È interessante confrontare questa leggenda rabbinica con quella greca dell’origine del fuoco sulla terra: Prometeo lo sottrae furtivamente agli dei per regalarlo all’umanità, e per questo viene duramente punito. Nella versione ebraica i ruoli sono sovvertiti e il fuoco è un dono che l’uomo riesce a ottenere per benevolo intervento divino. Decodificando questi simboli, emerge un’ideologia che considera positivamente l’attività creatrice dell’uomo nella terra in quanto mezzo eccezionale di cui Dio ha voluto arricchirlo perché possa resistere ai rischi cui si trova esposto. L’inserimento di questa tematica all’inizio della settimana, all’uscita del Sabato, con un rito preciso, ha dei motivi fondati. Il momento di inizio, di transizione, è in genere, per ogni uomo, e non solo per l’uomo «primitivo», causa di preoccupazione, angoscia, turbamento: un momento in cui si cerca aiuto.

L’intento della tradizione ebraica è di indirizzare questa ricerca nel senso giusto, evitando in primo luogo la fuga nell’irrazionale negativo, nel magico, e quindi facendo appello alla forza di cui l’uomo dispone per risollevarsi e sostenersi nella lotta che compie: l’intelligenza creatrice. Ma questa, come sempre, non deve diventare l’unico e assoluto punto di riferimento, perché altrimenti si rischia di farne un idolo e di spingere di conseguenza l’uomo verso una nuova causa di avvilimento: un’anche più pericolosa perdita del sé. Qui interviene il tema religioso che inserisce l’intelligenza umana nell’ambito della perfetta attività creatrice divina. È dunque evidente che non esiste contraddizione tra il concetto di lavoro come viene insegnato dai riti sabbatici e l’atteggiamento che l’uomo deve assumere nei confronti del lavoro che sta per iniziare la sera del Sabato. Questo lavoro è la risposta all’insicurezza, è il mezzo indispensabile di sopravvivenza. È un valore positivo che può diventare negativo solo se si dimentica di inserirlo nel giusto e limitato ruolo che gli compete trasformandolo nell’unico scopo dell’esistenza. C’è quindi l’invito a una verifica permanente, a una continua scelta, a una separazione dei valori: appunto tra «buio e luce», «profano e sacro», che si realizza nell’osservanza pratica e quotidiana di quelle norme che sono l’unico elemento – culturale – che distingue tra «gli altri popoli e Israele». Solo questo impegno costante di havdalàh, separazione, scelta e verifica, chiarisce come si possa impostare serenamente il problema dell’esistenza nella terra e tendere al miglioramento continuo, alla sacralizzazione. Riti in apparenza minori come l’havdalàh devono essere mantenuti e osservati con precisione, con l’atmosfera e la suggestione che ne deriva, perché conservano e trasmettono in pochi atti il peso di grandi scelte culturali.

Alcune regole sull’havdalàh

  1. L’ordine di recitare le quattro benedizioni può essere ricordato con la sigla JaVNeH (Jàin, vino; Besamìn, profumi; Ner, lume,Havdalàh).
  2. Il vino può essere sostituito da altra bevanda, preferibilmente alcoolica, di uso abituale nel luogo in cui si vive. La relativa benedizione sostituirà quella del vino.
  3. Sugli odori si benedice solo se si sente direttamente il profumo. Qualsiasi specie vegetale profumata va bene. Una tradizione mistica consiglia il mirto.
  4. La luce deve essere preferibilmente quella di una candela di cera, meglio se a più fiamme. Si benedice solo se si usufruisce direttamente della luce. L’uso della luce elettrica in alternativa al lume di candela è da taluni consentito e vi si può ricorrere in assenza di altre fonti di luce.
  5. Si usa spegnere il fuoco subito dopo la benedizione, a indicare che è stato acceso appositamente per la cerimonia.
  6. Prima della Havdalàh è proibito mangiare quando si fa buio. Chi avesse iniziato a mangiare quando era ancora giorno deve affrettarsi a finire.
  7. Non si può lavorare prima di avere fatto l’havdalàh.
  8. Chi, per qualsiasi motivo, non ha fatto l’havdalàh, ha tempo fino al tramonto di martedì (per alcuni fino al tramonto di domenica). Dovrà però dire solo la prima e l’ultima benedizione (essendo le altre due specifiche del Sabato sera).
  9. Le donne sono tenute come gli uomini all’osservanza del rito.
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