Shabbàt

Il giorno che dà senso a tutti gli altri

Rabbinato centrale Milano
Letteratura

Lo scherzo di messer Lando

Tratto da “Shabbath – A cura di Augusto Segre”, Ucei 1972

macellaio2

Gino Racah

Fra le risate dei passanti messer Lando salsicciaio, che stava accoppando un maiale davanti alla sua bottega, aveva tentato di schizzarne il sangue contro un ebreo che passava. Questi per schivare il sudicio spruzzo aveva fatto un passo falso ed era scivolato sul terreno fangoso della via, dando esca ad una più clamorosa ilarità degli astanti.

– Dalli al giudeo! giudeo balordo! – gridavano i monelli, raccogliendo torsi di cavolo e ciottoli che cominciarono a scagliare sul malcapitato, mentre questi s’alzava da terra. Ser Lando! -esclamò un fanticello – dateci le budella del vostro porco, ci serviranno ad appiccare l’ebreo alla vostra insegna. –

Ma ser Lando che adoperava anche le budella della bestia, ricusò di darle, e s’impegnò così fra lui e la ragazzaglia una viva discussione accompagnata anche da alcuni scapaccioni, durante la quale l’ebreo inosservato sgattaiolò dietro un angolo e con passo lesto si inoltrò in un dedalo di viuzze, cambiando direzione ad ogni svolto per ‘far perdere ogni traccia a coloro che lo avessero per avventura inseguito. In una stradetta deserta slacciò il saio e lo compose in modo che non si vedesse la rotella gialla, ripulì due ammaccature di sassate che aveva avuto sulla fronte e su una guancia, si tirò il cappuccio sulla testa e rifece in parte il cammino già fatto, prendendo la direzione verso il Ghetto. Stava per imbrunire ed era Venerdì gli tardava quindi di giungere a casa, sia per poter cominciare il Sabato nei debiti modi, sia per arrivare prima che si chiudessero i portoni, poiché i portoni chiusi volevano dire una notte passata nelle carceri del Bargello e due tratti di corda in pubblico, oltre a cinque ducati di ammenda.

Affrettò il passo e prima di arrivare ai cancelli del Ghetto rimise in vista il segno giallo per evitare le rimostranze del custode, ed arrivò ch’era già quasi buio mentre questi stava per chiudere.

– E’ tardi! dissero due birri che venivano al cader del sole per invigilare che il custode facesse il dover suo.

– Non è ancor notte – rispose il disgraziato – posso quindi rientrare.

– Io credo – rispose uno dei birri – che i tratti di corda e l’ammenda valgono bene venti denari per ciascuno di noi.

– Ve li darò – disse l’ebreo che si rassegnava al ricatto – non ora, domani sera.

– Senti! senti! questo giudeo ladro che vuoi rubarci il denaro, ma non siamo gonzi noi!

Uno di essi cavò le manette per spaventare la vittima.

– Ve li darò! ve li darò! parola da Israele di Milano, è un impegno che prendo. Domani a quest’ora senza fallo. –

Era già cominciato il Sabato e Israele non voleva toccar denaro, benché avesse ancora la borsa che aveva portato con sé nella giornata. Lo scherzo sciocco di ser Lando gli aveva fatto perdere più di un’ora. Non aveva quindi potuto rincasare a tempo per lavarsi e mutar d’abito prima del tramonto.

Ma l’altro, birro cui importava di più buscarsi una bella lira imperiale d’argento che di portare un prigioniero al Bargello, esclamò: – Frughiamolo e paghiamoci! ‑ e fatta seguire l’azione alle parole cacciò le mani nelle tasche d’Israele, vi trovò sciolti un ducato ed alcuni spiccioli, li prese, afferrò l’ebreo per un braccio, lo cacciò con una spinta dentro il portone che gli sbatté alle spalle, e prese la rincorsa verso un’osteria, seguito dall’altro birro che voleva la parte sua nel bottino e dalle imprecazioni del custode che aveva pure diritto ad un terzo della preda, finche non avesse posti i chiavistelli e le spranghe alle grandi e pesanti imposte.

– Oh finalmente! – esclamò una voce femminile appena Israele ebbe oltrepassato il recinto e subito uscì da un andito prossimo al portone una donna col capo avviluppato da un drappo e con un bambino in braccio.

– Ero inquieta. Israele, e paurosa di tutto.

– Niente di male – disse Israele abbracciando la moglie e baciando il bimbo – sono qui sano e salvo. – Sia lodato Iddio – rispose la donna. – Io ero in grande affanno, non ti vidi all’ora solita e cominciavano già i cattivi pensieri, mentre mettevo in ordine i bambini per la festa; poi mi acconciai e dicevo fra me: voglio farmi bella stasera per il Sabato e per Israele – per Israele e per il Sabato, e continuavo così con questi due nomi come una sciocca, perché il mio pensiero era assente ed il mio cuore agitato. Pensavo che non avresti neanche fatto a tempo per assistere al ‘Arvith. Ma quando accesi la lampada rivolsi la mente al Signore e mentre pronunciavo la benedizione, pensavo, ad ogni lucignolo che accendevo: sia questo di gioia per Israele e questo di conforto suo e questo per sua fortuna ….

– O Dolce mia – interruppe Israele stringendo a sé la giovane mentre si avvicinavano a casa – tu sei la vera corona dello sposo.

– Poi sentii che dalla Scuola dei Levantini giungeva fino a casa nostra il canto dell’Igdal e pensai che si faceva molto tardi e ritornai triste, continuò Dolce. Allora sedetti a tavola i due più grandicelli e raccomandai loro di esser buoni, mi posi sul capo e sulle spalle un mantelletto, presi in braccio il piccino e venni all’ingresso del Ghetto ad aspettarti. E finalmente Iddio benedetto volle darci il buon Sabato e la buona settimana e tu ritornasti. –

Gli uomini uscivano dalle Scuole sparse nelle varie parti del recinto, quando Israele, Dolce ed il bambino salivano le scale di casa loro.

Sempre accompagnato dalla moglie, Israele si recò nella camera da letto, dove fin dal tramonto era stato acceso un lume, e si spogliò, poi si lavò accuratamente. Allora Dolce scosse sul suo volto le lividure e volle detergerle di sua mano ed ungerle con un unguento prezioso e profumato che le aveva mandato la figlia di un rabbino di Gerusalemme col mezzo di un santo pellegrino. Era composto di balsamo di Giudea e di mirra di Saafed mescolati ad olio purissimo degli ulivi della campagna Gerosolimitana ed a miele del Carmel; sanava ogni ferita e profumava soavemente; Dolce ne poneva una stilla sulla fronte a tutte le spose del Ghetto e ne olezzava la prima notte tutta la camera nuziale. Poi essa volle sapere la storia di quei lividi.

– Te la dirò a tavola – rispose Israele sorridendo, mentre si allacciava un ricco giubbone di panno pavonazzo broccato di argento.

E passarono assieme nel salotto da pranzo, dove i figli balzando dalle sedie saltarono fra le gambe del padre con gridi di gioia.

Egli li baciò, poi li benedisse colla triplice benedizione che usano dare i padri ai figli entrando il giorno santo. E mentre sedevano alla mensa adorna di ricami e di fiori. Dolce tornò a chiedere: – Che ti fecero, Israele, quei cattivi?

– Non parliamo di loro, amor mio, parliamo di noi, parliamo di te in cui si riposa il mio cuore. La tua faccia e la lampada sabatica hanno virtù di portare la pace e la letizia nel mio spirito, io mi sento ora più grande di un re.

– E se Faraone o Assuero ti chiedessero quale grazia vuoi tu dar loro? – disse sorridendo Dolce.

– Peuh! – rispose Israele ridendo francamente – direi loro di smoccolare la lampada se fumigasse, ma essa non fumiga poiché è serena come l’anima nostra. –

Ed egli baciò le dita della sposa che stringeva nella mano sinistra, poi colla destra alzò il calice ricolmo e pronunziò la lieta benedizione che porta in sé quasi un miraggio nostalgico dei lieti colli di Giudea festanti di vendemmia: Benedetto tu o Signore che creasti il frutto della vite!

E consacrò il giulivo pasto famigliare fra Dolce, il tesoro più prezioso delle perle, ed i figli, giovani rampolli d’olivo intorno alla mensa, speranza del padre e ‘della casa di Giacobbe.

Frattanto messer Lando salumaio, a cui la marmaglia col pretesto della famosa budella aveva saccheggiato il porco, rodevasi della perdita e del modo sciocco con cui egli stesso l’aveva provocata e si sfogava bastonando il garzone di bottega, ed i due birri che avevano rubato il denaro ad Israele, rissosi ed ubriachi, si accoltellavano nella taverna vicina al Ghetto.

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