Shabbàt

Il giorno che dà senso a tutti gli altri

Rabbinato centrale Milano
Letteratura

Raiz: Mai di Shabbat. Prendersi il tempo è una rivoluzione

Tratto da Kolot del 19/03/2013

Raiz

Ruth Migliara

Gli Almamegretta sono un gruppo musicale napoletano formatosi nel 1988. La loro musica è una contaminazione di reggae, canzoni napoletane e nenie arabe. Ma non solo è solo il loro sound ad avere colpito il pubblico di Sanremo 2013. Gli Almamegretta si sono rifiutati di cantare dal vivo venerdì sera e hanno registrato invece la loro esibizione. Qual è il motivo? Gennaro Della Volpe, in arte Raiz, la voce del gruppo, si è convertito alla religione ebraica. È per l’appunto in osservanza dello shabbat, che il leader degli Almanegretta ha deciso di non esibirsi. Una scelta controcorrente che ha sorpreso e spiazzato un po’ tutti e che poteva addirittura causare l’esclusione da Sanremo del gruppo.

Abbiamo chiesto dunque proprio a Raiz cause e conseguenze di una presa di posizione così coraggiosa, con un’intervista in esclusiva per il Bollettino della Comunità Ebraica di Milano.

Essere ebrei nel mondo. È possibile essere osservanti in un mondo che vive come obsolete e fuori moda le priorità religiose?

Assolutamente sì. È difficile ma non impossibile: è una scelta di libertà in un contesto che esige che tutto il tempo sia asservito al mercato, al consumo, all’effimero.

Per me scegliere sempre cosa mangiare o gestire il mio tempo in controtendenza agli imperativi sociali odierni ha una forza rivoluzionaria e libertaria comparabile a poco altro.

“Osserva/ricorda il giorno di shabat per consacrarlo” è in termini laici il ricordarsi di essere umano e mantenersi tale, contribuire in positivo al cambiamento del mondo. In una mia vecchissima canzone dicevo “nun te scurda’ maje ‘e te”.

Quali sono state le reazioni degli addetti ai lavori rispetto alla scelta di non voler infrangere lo Shabbat ebraico per Sanremo?

Da parte di Fazio e della direzione Rai ho avuto totale comprensione e rispetto.

Più in generale è possibile vivere in un mondo non canonico e bohémien come quello della musica senza venir a patti con i propri valori morali e religiosi?

Nel mondo del rock’n’roll si è avuta per decenni la convinzione che vivere senza regole rappresentasse la libertà e si è finito poi per obbedire alla regola di non avere regole. Questo significava ridursi a feticcio e simulacro della libertà perché vi si identificassero milioni di individui a cui era stata sottratta tutta l’umanità, esseri non padroni del loro tempo.

L’artista doveva rappresentare quello che loro non avrebbero mai avuto il coraggio di essere. Gli artisti vendevano i dischi – ovvero erano parte dell’establishment – recitando la parte di quelli che ne erano fuori, con annesso consumo di droghe e promiscuità “dovute”. Tutto questo prendeva le mosse negli anni ’60 a causa della ribellione contro la formalità degli schemi perbenisti di quegli anni, ma si è poi trasformato in un quadro che quasi faceva rimpiangere il precedente status quo.

Ma il mondo della musica è veramente questa Sodoma e Gomorra che dipingono?

Non lo è, se vuoi non lo è. È come al solito questione di libero arbitrio.

Cosa ti ha spinto a un certo punto della tua vita a sentire il bisogno e l’esigenza di spiritualità? C’è un evento particolare o è sempre stato così?

Kedushà, la parola ebraica che noi traduciamo con santità, porta dentro la radice della parola “separatezza”. Forse per me è stata la necessità di sentirmi separato, diverso dal mondo che mi circondava non certo per voglia di ascetismo ma per il bisogno di avere un punto di vista più obbiettivo, esterno sulle cose che avrei voluto cambiare, nel privato e nel sociale. Una volta, intervistato da una signora della comunità, alla domanda “che cosa significa per te essere ebreo” ho risposto “cambiare il mondo in positivo”. Non c’è bisogno di essere ebrei per farlo, ma tutti gli ebrei dovrebbero contribuire al processo.

“Hahavat gher – l’amore per il gher” significa non ricordare mai lui di essere tale: come sta vivendo questo anche in seguito a notorietà?

Rav Michel Monheit una volta ha scritto che il ghiur è un processo che porta il soggetto che lo sta attraversando in una dimensione diacronica: praticamente non c’è più per lui un passato in cui era altro da quello che è adesso. Questo non significa recidere i legami affettivi, tua madre è sempre tua madre B”H , ma si comincia a vivere una realtà in cui tante contraddizioni vengono appianate in maniera velleitaria. Un sistema di valori assolutamente personale, in cui ti senti di essere nato così, anche se tutta o una parte importante della tua famiglia non è come te. Questo può rappresentare a buon diritto un nervo scoperto: per molti di quelli che vivono questa condizione è molto fastidioso che gli venga ricordata o peggio ancora ne vengano indagati i motivi.

Dice un famosissimo midrash che la neshamà del gher tzedek era presente al mattan Torah al monte Sinai e non poteva fare altro, innestata in un corpo diverso, che fare teshuvà.

Spiegare i motivi che portano una persona al ghiur è impossibile specie per chi come me viene da un background assolutamente laico e materialista; è un vero e proprio buco nero in cui si attraversano gioia ma anche moltissima sofferenza. È una necessità che può essere compresa fino in fondo solo forse da chi ha fatto lo stesso cammino: forse per questo l’halacha vieta di addirittura di menzionare l’argomento.

http://www.mosaico-cem.it/articoli/raiz-«mai-di-shabbat-prendersi-il-tempo-e-una-rivoluzione»

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